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Il Mercato del Capo
Il Capo, Caput Seralcadi, costituiva la parte superiore del quartiere degli Schiavoni (Harat-as-Saqalibah), estendendosi ad di là del Papireto. Esso faceva parte, secondo Ibn Hawqal, dei cinque quartieri costituenti il Borgo (rabad), sorto fuori le mura. I primi resoconti sono rappresentati dalle cronache di Ibn Giubair nel 1184 che riferiscono del Capo come di un quartiere abitato, dopo la conquista normanna, in prevalenza da musulmani che gestivano interamente i commerci. L ‘accesso principale del mercato è dato dalla trecentesca Porta Carini che, lungo la via omonima, introduce alla piazza Capo, nucleo centrale del mercato, biforcandosi tra la via Cappuccinelle e la via Beati Paoli. Lungo quest’ ultimo asse e tra le piazze Beati Paoli e Monte di Pietà si sviluppa in continuità rispetto al mercato alimentare, quello dei tessuti localizzato a Sant’Agostino, un tempo collegato naturalmente alla via Bandiera, prima del taglio della via Maqueda. Nel secolo XV il mercato del Capo si espande comprendendo anche i macelli confluiti tra le vie Candelai e la Discesa dei Giovenchi, in seguito alla ristrutturazione della Bocceria Grande (Vucciria) che venne trasformata in mercato ortofrutticolo. La nuova espansione commerciale destinata ai macelli comprendeva il vicolo dei Giovenchi e la discesa delle Capre dove transitavano gli animali che venivano condotti al macello; il vicolo dei Sanguinazzai che prendeva il nome dall’attività di coloro che confezionavano i salsicciotti fatti con sangue animale; la piazzetta, il vicolo e il cortile dei Caldomai, così denominati per la presenza di venditori di interiora cotte di animali macellati, quarumara.
 
Il vicolo delle Chianche indicava infine le botteghe dei macellai. Il Capo, ha saputo mantenere con il suo intricato labirinto viario l’aspetto proprio di un suk orientale. Uno stretto budello si allarga e si restringe tra le bancarelle, la gente lo rende impraticabile perché si sofferma ad osservare, pattuire e comprare. Ci sono i riffaturi, con la lotteria privata, con un biglietto si può sperare di vincere la spesa per una settimana, una cesta di pesce, della carne o dei soldi. I venditori con un assordante cantilena in dialetto palermitano, invitano ad acquistare la loro merce o cantano canzoni con il pretesto di schermire il proprietario della bancarella dirimpettaia. Le botteghe espongono quarti di carne appesi al di fuori della bottega, potrete comprare interiora e frattaglie, fegati e milze, testicoli e trippa, testine d’agnello e piedi di porco, mussu, carcagnuola e masciddaru si possono acquistare nelle bancarelle nei pressi di porta Carini, due piloni di pietra d’intaglio, che fanno da scenario al pluricolorato palcoscenico merceologico fatto di tende dai multicolori, dove il sole a stento riesce a penetrare, e qui che la milza diventa meusa e la melanzana diventa quaglia.
 
Particolare e ammicante è vedere il pesce-salato (baccalà) in acqua che sgorga da una specie di rubinetto in una tinozza stagnata con grossi pezzi di pesce ammollati per depurare il sale. La vita al mercato inizia molto presto, i mercanti giungono così mattutini affinché possano piazzare la merce, ceste, cassette, cavalletti, ripiani, lastre, banchi sono le prime masserizie ad essere esposte su di esse verrà riposta la mercanzia con ostentate presentazioni. La frutta è sistemata secondo la loro colorazione: giallo, rosso, arancione, verde, viola, ecc. La verdura disposta a parte: zucchine lunghe in piedi, melanzane e cavolfiori stipati uno sopra l’altro, broccoli e tenerumi distesi e legati, carciofi a fasce. Caratteristica palermitana è l’esposizione dei prezzi, vengono attaccati ad una asticella di legno con un cartoncino su quale si indicano le cifre. Oltre ad indicare i prezzi, si usa scrivere il tipo di merce rifilata per catturare la percettibilità dell’avventore: uva di Pantelleria, pesce locale, sarde vive, pesce spada di Porticello, ecc.
 
Il variopinto pesce disteso sui banchi di ghiaccio è accostato amorosamente, illuminato da grandi lampade e bagnato in continuazione per esaltarne le qualità organolettiche, ma sono i pesci grandi quelli che contano: tonno e pesce spada, tagliati a tranci alla vista degli avventori che prediligono il pesce gramo che è chiamato a supplire con l’immaginazione i piatti opulenti. Luogo abituale di ritrovo sono le taverne dove si beve e si  mangia, è il caso di citare quella in Piazza Porta Carini: Trattoria Supra i Mura adiacente alle vecchie mura cinquecentesche che costeggiano il quartiere. La fiaschetteria Fiasconaro che da sempre vende vino imbottigliato e bevande alcoliche, marsala e zibibbo su tutto.  Lungo le strade vengono venduti all’aperto sulle bancarelle: cumino, uva passa e pinoli, peperoncino in polvere, finocchio in grani, zafferano in polvere e aromi vari. Tra i vicoli è possibile acquistare pane appena caldo, magari farcito di panelle o melanzane, crocchè e rascaturi, assaggiare i biscotti che i panettieri elaborano o degustare sfincione e dolci o la rosticceria della longeva pasticceria Longo: iris, cartocci, spiedini, arancine, ravazzate, torrone, taralli, gelati.
 
Durante la contrattazione e facile ad essere chiamati ad assaggiare la frutta o altro, vi faranno costatare di persona sulla qualità della merce e tutto questo con garbo e gentilezza, accogliendovi con un sorriso che scaturisce dal buonumore che nasce dal rapporto umano che questi luoghi ogni giorno sprigionano. Ogni giorno questo antico mercato che rappresenta il vecchio legame tra esso e la città, nasce e ritrova linfa attraverso il suo ciclo vitale.
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